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Nel terzo millennio c’è altro da dire a proposito del grande Toscano? Dopo i fiumi di parole dette e scritte, in tutto il mondo, sul sommo Poeta, proprio dalla sua terra, è opportuno spendere altre parole? Può darsi che, proprio girando con curiosità la Toscana, rivivendo la vita di Dante attraverso le sue opere e documentandosi con cura sulla storia di Firenze in relazione alle vicende del Poeta, può darsi che qualcosa non solamente possa, ma piuttosto debba ancora essere detta. Quello che penso vada detto non riguarda la sua poetica, mondo per me solamente da godere e non da studiare, ma alcuni tratti umani della sua persona e gli effetti che Dante ha determinato sul mio stato di cittadino italiano. Iniziando da quest’ultimo punto, devo confessare la mia sorpresa e il mio sbalordimento a seguito della seguente riflessione. Le varie lingue volgari che sono nate dalla lingua latina, si sono continuamente evolute, ognuna dipendentemente dalle vicende storiche vissute dai rispettivi popoli, e le lingue risultanti sono risultate grandemente differenti dalle loro forme originarie. Fa eccezione la lingua italiana; essa ha, praticamente, conservato, dopo settecento anni, la sua forma originaria, quella della lingua di Dante. Questo è un pensiero che mi dà i brividi e mi fa sentire piccolo, piccolo. Non sono affatto sicuro di poter intuire tutta la straordinarietà di un tale fenomeno. In ogni caso, esso ha contribuito a creare in me una profonda convinzione, che la nazione italiana sia nata con Dante e che essa sia destinata a mantenere la propria indivisibilità sino a quando rimarrà il ricordo del Poeta. La vera garanzia che gli Italiani abbiano uno Stato sempre più democratico e sempre più sanamente laico non penso sia fornita dalla nostra Costituzione, ma dalla eredità che ci ha lasciato Dante, il quale addirittura auspicava che la nostra Nazione fosse parte di una federazione, guidata da un’autorità morale sovranazionale. Passando alle caratteristiche umane di Dante, la lunga frequentazione delle sue opere e degli ambienti da lui vissuti, ha indotto in me la sensazione che, contrariamente a quanto avvenuto per il Poeta, non sia stata fatta ancora piena giustizia nella valutazione della grandezza di Dante come uomo. Certamente non è questa la sede per trattare un argomento del genere; qui mi limiterò a sottolineare solamente alcuni fatti relativi alla sua vita che mi hanno maggiormente colpito. Ad esempio, mi colpisce, ma non mi sorprende, il costante atteggiamento di Dante nei confronti del mondo accademico; egli rispose sempre con un garbato rifiuto ai ripetuti e allettanti inviti di Giovanni del Virgilio ad accedere al prestigioso ambiente di Bologna. In momenti nei quali provava “come sa di sale lo pane altrui”, Dante non ha esitato a rifiutare onori e potere, che avrebbero leso la sua libertà e la sua dignità di uomo e di poeta. Quando nel Natale del 1315, a Padova, Albertino Mussato venne incoronato quale massimo poeta vivente, in un’epoca nella quale era stato già scritto il Purgatorio e l’Inferno era stato ampiamente divulgato, ebbene, in quella occasione Dante, pienamente consapevole della sua grandezza non dette alcun segno di risentimento. L’ultima riflessione riguarda un fenomeno che ho avuto modo di riscontrare girando per la Toscana. Tutto ebbe inizio da un colloquio avuto con una persona di Firenze dotata di una certa cultura e che, al mio dire sulla grande onestà civica di Dante, mi fece osservare: «A me non risulta che fosse un angioletto; tu sai che fu accusato di baratteria?». A parte la evidente approssimativa conoscenza dei fatti storici, rilevai nel mio interlocutore una disposizione d’animo certamente non favorevole a Dante. Il fatto mi fece riflettere ed iniziai con puntiglio ad indagare quanto tale disposizione fosse diffusa. Con stupore dovetti constatare che non si trattava di casi isolati. Estesi tale mio sondaggio, certamente senza alcuna pretesa di scientificità, ad altre zone della Toscana. I risultati mi hanno portato ad alcune personali conclusioni: che la disposizione negativa predetta sembrava diffusa nella zona di Firenze e nel Mugello, mentre essa non traspariva nel Casentino, ove, anzi, ho riscontrato chiare manifestazioni di affetto nei confronti di Dante. Sembrerebbe quasi che il vivere in Toscana di settecento anni fa abbia lasciato chiare tracce di sé sino ai nostri giorni. A mio avviso, tutto ciò può spiegare il perché, durante il suo sofferto esilio, Dante, per i suoi brevi soggiorni in Toscana, abbia scelto fra le tante proprietà dei conti Guidi, proprio quelle del Casentino (Romena, Poppi e Porciano). A conclusione, considero i miei primi quindici anni di lavoro alla stesura del Sistema informativo su Dante, come un modesto tributo alla sua grandezza, prima ancora che come poeta, come uomo.
(Alberto Acquaro)
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